le dimensioni di quello scheletro che io ora mi accingerò ad esporre, sono letteralmente copiate dal mio braccio destro dove le ho tatuate, poichè nei miei vagabondaggi tempestosi di quel periodo, non v’era altro mezzo sicuro per conservare dati tanto preziosi. ma disponendo di poco spazio e desiderando che le altre parti del mio corpo restassero pagina bianca per un poema che stavo allora componendo, o almeno quelle altre parti non tatuate che mi restavano, non mi preoccupai dei pollici frazionari; d’altra parte, in verità, i pollici non dovrebbero affatto entrare in una congeniale misurazione della balena. vi sono in tutto quaranta e più vertebre, che nello scheletro non sono legate l’una all’altra. stanno per lo più come i grandi blocchi nodosi di una guglia gotica, che formano solidi strati di pesante muratura. la più grande, una mediana, è larga un po’ meno di tre piedi e spessa più di quattro. la più piccola, dove la spina si affusola nella coda, è larga soltanto due pollici e somiglia ad una bianca palla da biliardo. mi hanno detto che ce n’erano di ancora più piccole, ma sono state perdute da certi cannibali monelli, figli dei sacerdoti, che le avevano rubate per giocare alle biglie. e così noi vediamo come anche la spina di uno dei più smisurati esseri viventi, si rimpicciolisca, alla fine, fino a diventare un semplice gioco da ragazzi.

Hermann Melville, Moby Dick o la balena bianca

(via inchiaramente)

vmagazine:

The Interiors of Wes Anderson’ in the latest issue of Apartamento #13

“You could compare Wes Anderson to an interior decorator,”says  Apartamento’s Editor-in-Chief Marco Velardi of today’s enchanting series, taken from the bi-annual title’s latest issue. With the director and screenwriter’s private house strictly off limits, the magazine traces the meticulously considered art of set design in his filmography: miniature brownstone apartments, nostalgic color schemes and embroidered and elaborate costumes. “I always say that a picture of someone’s home tells you a lot more about that person than any portrait possibly can,” muses Nacho Alegre, director and co-founder of Apartamento. “I imagine in a movie the time you have to describe a character is limited, so using the interiors to do so probably becomes something of a necessity.” An intricate visual language has become Anderson’s trademark; in his hands, set design becomes both a storytelling device and character trope, from his shot-on-a-shoestring debut, Bottle Rocket, to his latest saccharine fantasia, The Grand Budapest Hotel. Velardi adds: “Ultimately, if you look at his work there are a lot of interiors, with very peculiar and very precise work on the spaces and what people wear; Wes is passionate about every single detail, and that’s why it’s fascinating for us.”  

h/t nowness

(Fonte: vmagazine, via cxllective)